17 marzo 2017

Iconografia di Carl Schmitt in facebook. - Indici.

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Webgrafia tedesca in Facebook. - Indice cronologico.

All’Indice: AlfabeticoNumerico
Per agevolare la consultazione è disposto un sistema di indici organizzati dapprima per ordine numerico, cioè casuale.  Su questa base ne viene redatto poi uno per ordine alfabetico secondo il cognome dell'Autore, quindi uno cronologico secondo la data di pubblicazione del testo nel web. I links immettono rispettivamente: a) nella pagina web di origine; b) nel nostro sito facebook generale e multilingua (fb1) e nel gruppo FB della rispettiva lingua (fb2). Per Webgrafia si intende quanto di accessibile su Carl Schmitt si trova scritto in rete senza alcuna nostra valutazione critica della stessa. I Lettori iscritti alle pagine FB dei “Carl Schmitt Studien” possono redigere liberi commenti, fatte salve le comuni e vigenti regole del web.

2017.1.3 1WT = Martin KESSLER, Der lange Weg zu Demokratie, in:
RP-Online, 2017.1.3 - Links a facebook-css: fb1 - fb2.

2017.1.17 2WT = Johannes K. POENSGEN, rec. a Hans-Dietrrich SANDER, Politik und Polis, in:
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Webgrafia tedesca in Facebook. - Indice alfabetico.

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Per agevolare la consultazione è disposto un sistema di indici organizzati dapprima per ordine numerico, cioè casuale.  Su questa base ne viene redatto poi uno per ordine alfabetico secondo il cognome dell'Autore, quindi uno cronologico secondo la data di pubblicazione del testo nel web. I links immettono rispettivamente: a) nella pagina web di origine; b) nel nostro sito facebook generale e multilingua (fb1) e nel gruppo FB della rispettiva lingua (fb2). Per Webgrafia si intende quanto di accessibile su Carl Schmitt si trova scritto in rete senza alcuna nostra valutazione critica della stessa. I Lettori iscritti alle pagine FB dei “Carl Schmitt Studien” possono redigere liberi commenti, fatte salve le comuni e vigenti regole del web.

KESSLER, Martin, n. 1WT = Der lange Weg zu Demokratie, in:
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15 marzo 2017

Carl Schmitt: Scritti del periodo nazionalsocialista (1933-1945): 1. Stato, movimento, popolo. Le tre membra dell’unità politica.

Nel 1935 usciva per i tipi di Sansoni la prima raccolta di scritti di Carl Schmitt con un titolo, Principi politici del nazionalsocialismo, di cui lo stesso Carl Schmitt ebbe a lamentarsi nella sua corrispondenza con Delio Cantimori, che era il traduttore e curatore della raccolta antologica. Altri, più di lui, ambivano ed rivendicavano il titolo di “ideologi” del nazionalsocialismo, per non parlare di Alfred Rosemberg, che addirittura presiedeva un apposito Ufficio preposto al controllo dell'ortodossia della dottrina politica del nuovo regime sorto dopo il 30 gennaio 1933. La letteratura sia di carattere scientifico-accademico sia di carattere giornalistico-denigratorio si attarda però a voler considerare come una macchia indelebile l’adesione iniziale e la collaborazione di Carl Schmitt al nuovo regime sorto dopo il crollo della repubblica weimariana.

Cap. 1°. - Evola e Schmitt: due vinti davanti alla disfatta dell’Europa. - Polemiche e digressioni.

Homepage - Testo Cap. 1 - Note -
Il Saggio che qui ora appare costituisce la mia relazione al Convegno svoltosi all’Universale il 17 dicembre 2016. Il testo è stato consegnato per gli Atti che usciranno prevedibilmente in settembre 2017 come fascicolo della rivista Studi evoliani. Rispetto al testo consegnato per la stampa tipografica, qui si dà avvio ad uno sviluppo autonomo, in progress, delle linee di ricerca che si sono aperte durante la messa in forma di una scrittura tradizionale, strutturata sulla stampa tipografica. Si tenta qui una forma di scrittura diversa, pensata interamente per la rete e con gli strumenti che la rete offre e le nostre competenze consentono. Ci si preoccupa di consentirne in ogni momento la leggibilità, ma il testo ed insieme con esso il pensiero che la scrittura deve esprimere è in costante evoluzione e progettazione, auspicabilmente in un dialogo con chi per avventura qui legge e che da noi è considerato non passivo Lettore di un testo tipografato, ma insieme con noi Autore di un comune percorso di pensiero, sempre in divenire.

Rispetto a Testo del Cap. 1, ed alle sue Note, viene qui concepita una Sezione che non potrebbe collegarsi in un discorso sequenziale se inserito nel testo. È quello che succede nelle comuni conversazioni, quando si apre una digressione, che ha un suo senso logico, ma che poi fa perdere il filo del discorso. Le “polemiche” poi non sono in sé un fatto negativo e deleterio, ma sono in un certo senso fisiologico, se si tiene conto che nella storia della filosofia ogni pensatore dialoga e spesso si contrappone, anche in modo aspro e polemico a un altro pensatore, che magari spesso è stato il suo Maestro. Quindi, non si deve confondere la “polemica” con l’alterco o la rissa, certamente deprecabile, ma non la si deve neppure nascondere se significa una contrapposizione concettuale, una Antitesi a una Tesi rappresentata da un pensiero già messo in forma e reso pubblica attraverso la scrittura, o altre forme di espressione. Anzi, succede spesso che per capire un pensatore, che ha accuratamente nascosto il suo avversario concettuale, lo si deve andare a cercare, per capire veramente cosa il Nostro autore intendesse dire.

Antonio Caracciolo

Cap. 1°. - Evola e Schmitt: due vinti davanti alla disfatta dell’Europa. - Note al testo.

Homepage - Testo Cap. 1 -
Il Saggio che qui ora appare costituisce la mia relazione al Convegno svoltosi all’Universale il 17 dicembre 2016. Il testo è stato consegnato per gli Atti che usciranno prevedibilmente in settembre 2017 come fascicolo della rivista Studi evoliani. Rispetto al testo consegnato per la stampa tipografica, qui si dà avvio ad uno sviluppo autonomo, in progress, delle linee di ricerca che si sono aperte durante la messa in forma di una scrittura tradizionale, strutturata sulla stampa tipografica. Si tenta qui una forma di scrittura diversa, pensata interamente per la rete e con gli strumenti che la rete offre e le nostre competenze consentono. Ci si preoccupa di consentirne in ogni momento la leggibilità, ma il testo ed insieme con esso il pensiero che la scrittura deve esprimere è in costante evoluzione e progettazione, auspicabilmente in un dialogo con chi per avventura qui legge e che da noi è considerato non passivo Lettore di un testo tipografato, ma insieme con noi Autore di un comune percorso di pensiero, sempre in divenire.


Antonio Caracciolo
 

NOTE AL CAP. 1


Gianfranco de Turris, Julius Evola. Un filosofo in guerra. !943-1945, 2016, Mursia, p. 69 e ss.
  Ne parla R. Mehring, Carl Schmitt. Aufstieg und Fall. Eine Biographie, 2009, Beck, p. 414. Cosi interpreto e traduco: «Sie können sich gerade noch durch die Fenster der Waschküche retten».
  Così ne parla Schmitt: «Ho abitato con lui nella stessa casa, dunque nel ’44,  e avevamo conversazioni notturne anche durante i bombardamenti aerei. Bevendo il suo buon vino renano, parlavamo di tutto quello che in tali situazioni si poteva pensare», in Conversazioni con Klaus Figge e Dieter Groh: Carl Schmitt, Imperium,  trad. it. di Corrado Badocco, Macerata, Quodlibet, 2015
  Una storia diversa degli esiti della seconda guerra mondiale, ma anche delle sue cause è quella di Jürgen Thorwald, La grande fuga. Il massacro dei tedeschi orientali, in una nuova edizione italiana, Oaks Editrice, Milano-Udine, 2006, ma con la stessa traduzione dell’irredentista ticinese Aurelio Garrobbio, uscita presso Sansoni nel 1964. Nella Prefazione alla nuova edizione Francesco Coppelloti coniuga l’opera di Thorwald con l’interpretazione transpolitica della

storia di Ernst Nolte che parla di un unico periodo 1917-1945, caratterizzato in Europa dalla opposizione al bolscevismo. Non cita Thorwald, ma polemizza  (p. 1000) con Nolte, Tony Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 ad oggi, Milano, Mondadori, 2007,  che delinea la costruzione di una nuova identità europea tutta incentrata sulla memoria di Auschwitz.
  Colpa ed espiazione – Schuld und Sühne – era l’altro titolo che Thorwald, pseudonimo di Heinz Bongartz (1915-2006), avrebbe potuto dare al suo libro, rispondendo alle accuse di parte ebraica di «voler occultare le sofferenze degli ebrei, descrivendo quelle dei tedeschi» (Coppellotti, op. ult. cit.,  9 nt 1).
  Ancora Thorwald, op. cit., 74, ritorna sul tema nel primo volume della sua opera, uscita nel 1949: «Assai peggiori delle colpe commesse saranno le colpe pretese. Vedo colore che... già spiano l’ora per poter dire al resto del mondo: vedete i Tedeschi, udite quel che hanno fatto e pensate quanto è giusto se oggi noi li calpestiamo». Neppure a Carl Schmitt era sfuggito l’uso politico strumentale della colpa. Appena sfuggito alle insidie degli interrogatori di Norimberga e della immotivata prigionia del dopoguerra, scriveva in una nota del Glossario in data 16 novembre 1947: «Vivere della colpa altrui è il modo più basso di vivere a spese degli altri. Vivere di ammende e tangenti è il modo più ignobile di fare bottino. Ma essi hanno vissuto sempre così…». Il Glossario doveva uscire inizialmente presso Adelphi, ma poi nel 2001 è ritornato all’editore Giuffrè (in Civiltà del diritto, qui p. 61). Su queste peripezie editoriali ebbi una conversazione con Franco Volpi. A me avrebbe fatto piacere tradurlo, o prefarlo, ma ero trattenuto dalle difficoltà intrinseche di cui mi aveva avvertito Günter Maschke. Ne è uscita nel frattempo una seconda edizione tedesca, corrretta e ampliata.
  Il reato di “negazionismo” è un'altra perla prodotta dal Tribunale di Norimberga che nella sola Germania dal 1994 ad oggi ha prodotto una infinità di procedimenti penali per meri reati di opinione. Al riguardo si era prontamente espresso Ernst NOLTE, Auschwitz e la liberta di pensiero, in Behemoth, n. 16, anno IX, luglio-dicembre 1994, pp. 11-20.  Anche in Italia è stata di recente introdotta una legislazione penale analoga su forte pressione e continua richiesta da parte della comunità ebraica che in Italia conta circa 30 mila persone. La situazione è particolarmente dura e pesante in Francia e in Germania. In Italia siamo ancora agli inizi e non è ancora chiaro quali saranno le reazioni appena ci si renderà conto che il nuovo reato incide sulla libertà di pensiero riconosciuta dall’art. 21 della costituzione.


  In Imperium, più sotto cit., 115 s., Schmitt narra gli ostacoli, già nel 1971,  alla libera fruibilità di quello che insieme al Nomos della Terra e alla Dottrina della costituzione considera una dei suoi tre libri più importanti: quello su Hobbes, scritto nel 1938. Vi si parla di Hobbes in quanto pensatore “ebreo”, che per primo operò la scissione fra religione e politica. Per i romani vi era unità fra queste due cose ed ancora in Hobbes questa unità era mantenuta. Il pensiero liberale “ebraico” rafforzerà sempre più questa scissione. Le vicende connesse alla edizione Masche, nel 1982, Der Leviathan, offrono puntuale conferma ai timori di Schmitt, espressi dieci anni prima.
  Schmitt si trovava alla stazione di Monaco di Baviera ed era in partenza per Roma, quando il 31 marzo 1933 ricevette un telegramma da Johannes Popitz, che gli chiedeva di recarsi a Berlino. Fu quello idealmente e praticamente l’inizio della sua “partecipazione al potere” del Terzo Reich. Termina nel dicembre 1936 / gennaio 1937 quando fu attaccato pesantemente dalle SS. Fu destituito da tutte le cariche pubbliche che aveva avuto dal 1933, conservando solo la cattedra e la carica di Consigliere di Stato in Prussia, che era a vita e che fu dovuta a Göring, il quale non intendeva revocarla, per ragioni di suo prestigio personale e per equilibri di poteri interni al nazionalsocialismo; cfr. Imperium, cit., 140, 253-54 nt. 24, 25 che contengono estratti dai Diari.
  Una biografia di Carl Schmitt tradotta in lingua italiana è uscita nel 1983: Joseph W. BENDERSKY, Carl Schmitt teorico del Reich, Bologna, il Mulino. Altre, in lingua tedesca, ne sono uscite e continuano ad uscirne, basate sul materiale documentario che via via si aggiunge. In particolare, qui si segnala per il suo valore autobiografico lo sbobinamento di un’ampia intervista radiofonica del 1971,  Conversazioni con Klaus Figge e Dieter Groh: Carl Schmitt, Imperium,  trad. it. di Corrado Badocco, Macerata, Quodlibet, 2015. Delle mie visite a Carl Schmitt ho parlato in una memoria che apparve sul Menabò letterario, diretto da Gennaro Malgeri. Di quella visita fu scattata una foto che purtroppo non mi fu consegnata dall’amico che nell’estate del 1980 mi accompagnò in auto a Plettenberg, Pasel.
  Questa diffusa interpretazione storiografica, accreditata dallo stesso Hitler che aveva da guadagnarci, ha la sua espressione più pronunciata nell’opera del russo Samsonovic Erusalimskij Arcadij, tradotta in italiano ed uscita presso gli Editori Riuniti. Si tratta di una visione ideologica che verrà superata da una storiografia più matura e meno “organica” al potere dei vincitori, ma già Schmitt aveva consapevolezza, nel 1928, di quanto fosse stata “straordinaria e stupefacente” l’unificazione politica della Germania, resa possibile dalla

genialità di Bismarck che mai avrebbe messo a rischio una “riuscita” tanto laboriosa; cfr. Carl Schmitt,  La Società delle Nazioni e l’Europa (1928), in Posizioni e concetti in lotta con Weimar-Ginevra-Versailles, a cura di Antonio Caracciolo, Milano, Giuffrè, 2007, p. 153.
  Uscito nel 2000 in tedesco presso Duncker & Humblot e tradotto in italiano presso laterza da Furio Ferraresi nel 2006. Molte delle date e delle ricostruzioni sono qui riprese da Quaritsch, da cui per non appesantire l’apparato non si cita oltre. Questo libro si integra idealmente con l’Imperium, già citato, che in forma di ampia intervista autobiografica, ma ricca di annotazioni redazionali, tratta il periodo della vita di Schmitt che va dai primi anni fino alla seconda guerra mondiale, durante la quale Schmitt rischiò di condividere la sorte del suo grande amico Johannes Popitz, che fu in pratica la persona che lo coinvolse nelle cariche di potere durante il nazismo.  Il libro curato da Quaritsch ricostruisce accuratamente i tentativi di fare di Schmitt un capro espiatorio della colpa dei tedeschi, ancora prima che si affermasse la vasta letteratura e memorialistica dell’Olocausto.
  A cura del Centro Orsi, Centro Studi e Documentazione della Repubblica Sociale Italiana, esce sul web (link: http://www.centrorsi.it/notizie/Informazioni-e-curiosita-editoriali-librarie/-Adelfi-il-nuovo-volume-di-Mastrolilli.html) in data 25 ottobre 2007 una anticipazione del romanzo di P. Mastrolilli, dove in premessa la Redazione del Centrorsi scrive che «I due protagonisti sono realmente esistititi, la storia è ricavata da documenti d’archivio e lettere private». Il documento pare esista nell’Archivo della famiglia Mastrolilli, cfr. De Turris, op. cit., 68.  È  però da chiedersi come ed a quale titolo detti elenchi si trovino in un archivio privato.
  G. De Turris, op. cit., 68.

  Ivi.
  La sola accezione fu la carica di Consigliere di stato prussiano, che era a vita, e che Schmitt doveva a Göring, in occasione del 45° anniversario l’11 luglio 1933; cfr. A. Koenen, Der Fall Carl Schmitt, Darmstadt, 1995, p. 356. Fu una carica che probabilmente gli salvò la vita e lo mise al riparo da ulteriori attacchi dopo il 1936; cfr.  Joseph W. Bendersky, op. cit., 283; H. Quartitsch, op. cit., 142.
  Nel 1931 in un saggio sul nazionalismo Evola si mostra lontano sia dal bolscevismo sia dall’americanismo, ma si distacca almeno in qualche misura dal nazionalismo völkisch di Paul De Lagarde (1827-1891), per arrivare ad una “ricostruzione della tradizione aristocratica”, a “forme superiori”, a una “vera superiorità spirituale” che apre le porte verso “una nuova cultura universale”, che «non vuol dire “internazionalismo”» e infine porta a a una «futura coscienza europea»: cfr. Due facce del nazionalismo, in J. Evola, Nazionalismo, germanesimo, nazismo, antologia a cura di Renato del Ponte,  Genova, 1989, p. 38 ss. La mancanza dell’elemento völkisch nell’opera di Schmitt sarà quanto verrà rimproverato a Schmitt dall’Ufficio di Rosemberg nel gennaio del 1937: «Con univoca chiarezza  questa posizione risulta romano-

bizantina e manifesta una concezione del diritto assolutamente opposta ad ogni concezione in qualsiasi modo legata a un ordine di valori basata sul popolo e sulla razza»; cfr. Il docente di diritto pubblico prof. dr. Carl Schmitt. Documento riservato proveniente dall’Ufficio di Rosemberg, in Behemoth, nr. 5, 1989, p.30. Per Evola, dal canto suo e con le sue peculiari concezioni, non apprezzate – come sappiamo – dalle SS,  il piano puramente “etnico”, è «un piano inferiore»; cfr. Nazionalismo, cit. , p. 46. L’elemento meramente völkisch è respinto da Evola, che – citando Mussolini – lo ritiene, demagogico se scisso dal concetto di Stato; cfr. J. Evola, Vedute sull’ordine futuro delle nazioni (1941), in Nazionalismo, germanesimo, nazismo, cit., p. 95.
  Cfr. il fascicolo su Carl Schmitt del Sicherheitsdienst des RFSS SD – Hauptamt, conservato dall’Institut für Zeitgeschichte, con numero: Fa 503 (1) (2) SD-HA C. Schmitt e da noi pubblicato per intero in formato immagine nei Carl Schmitt Studien: http://carl-schmitt-studien.blogspot.it/2015/05/sicherheitsdienst-des-rfss-sd-hauptamt.html

  Troppo spesso con San Casciano si associa l’immagine del luogo di esilio di Machiavelli, ma San Casciano fu anche un martire cristiano condannato a morire trafitto dagli stili degli allievi che aveva convertito al cristianesimo ed era anche il patrono degli stenografi, la cui arte Schmitt apprese dal padre quando era ancora fanciullo.
  In Imperium, cit., passim.

  Cfr. de Turris, op. cit., 87 e passim. Per non appesantire il testo, non annoto altre informazioni che seguono sulla vita di Evola attinte dalla stessa fonte.
  Sono andate purtroppo perse nell’archivio di Evola le lettere di Schmitt e la corrispondenza epistolare ha una sola voce. Si veda: Lettere di Julius Evola a Carl Schmitt, cit.
  Cfr. Ernst Jünger/Carl Schmitt,  Briefwechsel, 1930-1983, Stuttgart, Klett-Cotta, 1999, p. 72: «Dieser Tage war ein merkwürdiger Italiener hier, der Baron von Evola, der sehr viel weiss und im Gespräch erwähnte, dass er den Beginn dessen, was man Moderne nennt, mit dem Prozess Philipps des Schönen gegen die Templer datiert. Hierbei erwähnte er allerdings, dass besonders di “LegistenÀ des französischen Königs und deren neue Art von Rechtswissenschaft in das Gesamtbild gehören».

  Günther Krauss, I miei ricordi di Carl Schmitt. Parte 2: 1931-1932, in Behemoth, n. 5,  1989, p. 28.
  Ce ne siamo occupati e non ritorniamo adesso in un’analisi di quelle lettere che ci porterebbe lontano dal tema qui delimitato. Si veda: Lettere di Julius Evola a Carl Schmitt (1951-1963), a cura di Antonio Caracciolo, Fondazione Julius Evola, Roma 2000.

  Con il titolo La Società delle Nazioni e l’Europa, pubblica nella rivista Hochland nel gennaio 1928 il testo della conferenza tenuta il 29 ottobre 1927 in Bonn, e poi raccolta in Carl Schmitt, Posizioni e concetti in lotta con Weimar-Ginevra-Versailles 1923-1939, a cura di Antonio Caracciolo, Miliano, Giuffrè, 2007,  p. 153-154. Nel testo della raccolta non si trova nessuna citazione di Kalergi, il cui libro-manifesto Paneuropa usciva a Vienna nel 1923,  con un primo congresso che si teneva sempre a Vienna nel 1926.
  È una controstoria ai due volumi di H. A. Winkler, Grande storia della Germania. Un lungo cammino verso Occidente, Roma, Donzelli Editore, 2004, dove l’autore polemizza a più riprese con l’«esperto di diritto pubblico» (II vol. p. 45) in una narrativa storica della Germania in cui le

idee e le istituzioni di Inghilterra, Francia, Stati Uniti, intesi come Occidente, sono considerate «norme di riferimento» (vol. I, p. VIII).
  Nel 1932 (16-20 novembre) sul tema “Europa” si tenne a Roma, organizzato dall’Accademia d’Italia, il Secondo Convegno Volta, del quale Evola fece una cronaca: Il problema “europeo” al Convegno “Volta”, in Nazionalismo, Germanesismo, Nazismo, cit., pp. 53-61. Come oggi risulta in rete dagli Archivi dell’Accademia dei Lincei, il convegno all’estero non ebbe grande risonanza e fu irriso oltre che sospettato di un disegno egemonico fascista.

  Questa intervista radiofonica è stata da me citata come rivelatrice e significative della difficile e sofferta posizione di Carl Schmitt nella mia Presentazione a Carl Schmitt, Il custode della costituzione, Miliano, Giuffrè, 1981. La si trova poi integralmente tradotto in Carl Schmitt, Un giurista davanti a se stesso. Saggi e interviste, a cura di Giorgio Agamben, Vicenza, Neri Pozza Editore, 2005, pp. 33-39: Colloquio radiofonico del 1° febbraio 1933. Interessante nel testo l'osservazione sulla differita: la registrazione dell'Intervista fu precedente la notizia dell'incarico a Hitler.
  Julius Evola, Il fascismo. Saggio di una analisi critica dal punto di vista della Destra, Roma, Volpe, 1964.
  Julius Evola, Gli uomini e le rovine, Roma, Edizioni dell‘Ascia, 1953
  La notizia, sconvolgente, di un incontro fra Carl Schmitt e Mussolini, è stata da me appresa dalla copia dattiloscritta di una lettera di Schmitt a Jean Pierre Faye del 5 settembre 1960. La copia era giunta a me certamente da Günter Maschke, ma adesso non la ritrovo fra le mie carte. Ne feci però una traduzione che apparve come nota 75 di p. 55 di un mio saggio Felice Battaglia e la recezione idealista di Carl Schmitt, che apparve in Behemoth, n. 8, luglio-dicembre 1990, pp. 47-62. Per l’importanza di questo testo, inedito, ricordo una studiosa tedesca che mi telefono per avere una copia della rivista. Data l’importanza nel nostro contesto, ne riproduco direttamente nel corpo del testo il brano di lettere allora tradotto in italiano.

  Julius Evola, Vedute sull’ordine futuro delle nazioni, apparso su La Vita Italiana, XXIX, n. 342, settembre 1941, in Nazionalismo, germanesimo, nazismo, cit., 95.
  Il Manifesto per un’Europa federale fu redatto fra il 1941 e il 1944 nell’isola di Ventotene, dove i loro autori si trovavano al confino. Del 1922 era il progetto Kalergi di Unione Pan-europea su base tecnocratica; cfr. Richard Coudenhove-Kalergi, Ausgewählte Scriften zi Europa, herausgegeben von der Coudenhove-Kalergi-Stiftung, NWV, Wien-Graz, 2006. Diversi erano i presupposti ed interessante chiedersi quale dei due progetti abbia avuto maggiore realizzazione.


  Elementi dell’idea europea (1940), in J. Evola, Nazionalismo, Germanesimo, Nazismo, cit., p. 77-78. Sempre sulla rivista Lo Stato di Carlo Costamagna appare nel fascicolo del gennaio 1941 un articolo di Evola su Per un vero “diritto europeo”, ripubblicato in J. Evola, Nazionalismo, etc., cit., 83-89. Evola, che è ottimisticamente fiducioso “nella vittoria delle potenze dell’Asse” (p. 83), recensisce l’articolo di Schmitt Die Auflösung der europäischen Ordnung im “International Law”, apparso l’anno prima nella rivista tedesca Deutsche Rechtswissenschaft. Schmitt  «è ben noto ai lettori della nostra rivista» (p. 83), cioè Lo Stato. Di lui «è conosciuta l’idea, coincidente senz’altro con la nostra, che...» (ivi).
  Lo cito nella mia traduzione in Behemoth, n. 2, aprile-giugno 1987, pp. 47-57.

  Che è del 1963 nell’edizione Duncker & Humblot, tradotta in italiano nel 1972, nell’edizione a cura di G. Miglio, Carl Schmitt, Il concetto del politico, Bologna, il Mulino, 1972. Con questa edizione riesce a Miglio di realizzare un’edizione antologica che si era trascinata inutilmente nel carteggio fra Evola e Schmitt negli anni cinquanta del secolo scorso.
  Parlarono di Filippo il Bello, al quale si deve la persecuzione del Templari; cfr. l’articolo di Evola, Il caso di Filippo il Bello, in Artos, V, 11, gennaio-aprile 1976, p. 9-11; e di nuovo ricompreso nella raccolta di tutti gli articoli di Evola, usciti in La Vita Italiana, editi in due volumi dalle Edizioni Ar: I tomo 1931-1938; II tomo 1939-1943. Sono in tutto 135 articoli e quello qui citato si trova nel secondo volume, al n. 106.
  Julius Evola, Gli uomini e le rovine, Roma, Edizioni dell’Ascia, 1953, p. 157.

  Ulrik Varange, pseudonimo dell’americano Francis Parker Yockey (1917-1960), autore di Imperium, citato da Evola, in Sui presupposti spirituali e struttali dell’unità europea, cit., era nel 1946 impiegato presso il Tribunale alleato, ed ebbe osservazioni sulla liceità dei procedimenti a carico dei cosiddetti “criminali di guerra” e fu per questo costretto a dimettersi. Arrestato, morì misteriosamente in cella. Devo questa importante informazione a Renato del Ponte, curatore dell’edizione antologica Nazionalismo, germanesimo, nazismo, cit., p. 114.
  In Carl Schmitt, La tirannia dei valori, con Presentazione di Giano Accame, Roma, Pellicani, s.d., p. 76, il nemico è rappresemtat come un “non valore”, ed si trova così in una condizione peggiore a quella del criminale che pur tuttavia un qualche diritto a lui riconosciuto dal diritto penale.
  L’espressione, rimasta celebre, è di Vittorio Emanuele Orlando nella seduta del 30 luglio 1947 e si riferisce alla fretta con cui il governo De Gasperi si affrettò a ratificare il trattato di pace. Da allora il “servilismo” è stato una costante della politica estera italiana fino all’onta della guerra alla Libia, dopo che era stato concluso un trattato di amicizia con il popolo libico.
  Secondo un’osservazione maliziosa, non ricordo da chi fatta, ma che si trova in rete, Schmitt avrebbe selezionato i saggi della raccolta del 1939 in modo da non urtare il governo allora in carica, cioè il nazismo, trascurando determinati saggi del periodo weimariano, mentre avrebbe fatto analoga selezione mirata nella raccolta di Saggi di diritto costituzione del 1954, trascurando determinati saggi scritti durante il periodo nazista. Può essere, ma la prudenza non è ancora una colpa, e non è certo sotto quale regime vi sia maggiore libertà: non possum scribere in eum qui potest proscribere, scrive Carl Schmitt citando Macrobio, in Ex captivitate salus,  Milano, Adelphi, 1987, p. 23, un testo che Schmitt scrisse in condizioni proibitive.


  Nel suo ultimo libro, appena uscito, Marcello Veneziani, Alla luce del mito. Guardare il mondo con altri occhi, Venezia, Marsilio, 2017,  p. 93, osserva come in Evola «il mito assuma una connotazione prevalntenente negativa se non spregiativa», riuscendo a riaffiorare in Tolkien solo nella forma di fiaba. In Schmitt, il potere - descritto nel Colloquio del 1954 -  assume una forma mitica, dove potere e detentore del potere sono momenti dialetticamente diversi, impersonale l’uno, personale l’altro. Dice Schmitt: «Il potere è una grandezza oggettiva, con proprie leggi nei confronti di ogni individuo umano, che di volta in volta ha il potere nelle sue


mani» (op. cit.,  p. 50), e conclude con un verso: «L’esser uomo è pur sempre una decisione» (p. 57). È questa la sua “ultima parola” sulla problematica del potere.
  Sul disprezzo assoluto dell’uomo da parte di Donoso Cortés cfr. Carl Schmitt, Donoso Cortes, Milano, Adelphi, 1996, p. 31-32. Sull’importanza di Donoso Cortés rispetto a quello di Hobbes nella formazione del pensiero di Schmitt ha molto insistito Günter Maschke; cfr. G. Maschke, L’ambiguità della decisione. Thomas Hobbes e Juan Donoso Cortés nell’opera di Carl Schmitt, in Behemoth, n. 4, gennaio-giugno 1988, pp. 3-6;  n.  6, luglio-dicembre 1989, pp. 19-32.
  Cfr. al riguardo M. Musto, L’ultimo Marx. 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale, Roma, Donzelli Editore, 2016.

Cap. 1°. - Evola e Schmitt: due vinti davanti alla disfatta dell’Europa.

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Il Saggio che qui ora appare costituisce la mia relazione al Convegno svoltosi all’Universale il 17 dicembre 2016. Il testo è stato consegnato per gli Atti che usciranno prevedibilmente in settembre 2017 come fascicolo della rivista Studi evoliani. Rispetto al testo consegnato per la stampa tipografica, qui si dà avvio ad uno sviluppo autonomo, in progress, delle linee di ricerca che si sono aperte durante la messa in forma di una scrittura tradizionale, strutturata sulla stampa tipografica. Si tenta qui una forma di scrittura diversa, pensata interamente per la rete e con gli strumenti che la rete offre e le nostre competenze consentono. Ci si preoccupa di consentirne in ogni momento la leggibilità, ma il testo ed insieme con esso il pensiero che la scrittura deve esprimere è in costante evoluzione e progettazione, auspicabilmente in un dialogo con chi per avventura qui legge e che da noi è considerato non passivo Lettore di un testo tipografato, ma insieme con noi Autore di un comune percorso di pensiero, sempre in divenire.


Antonio Caracciolo

Cap. 1

EVOLA E SCHMITT:
DUE VINTI DAVANTI ALLA DISFATTA DELL’EUROPA

Fu per un soffio che Julius Evola non venne arrestato dai Servizi segreti degli Alleati, entrati in Roma da Porta San Giovanni il 4 giugno 1944. L’episodio è narrato da Gianfranco de Turris . Uscendo di soppiatto nel corridoio dal suo studio, mentre l’anziana madre tratteneva gli agenti nella stanza da pranzo, il filosofo si ritrovò in strada, su Corso Vittorio Emanuele, iniziando così una lunga peripezia che lo porterà a Vienna, dove in un bombardamento, il 21 gennaio 1945, sarà gravemente ferito, restando paralizzato per il resto della sua vita, cioè fino al 1974.  Una condizione esistenziale che per Giulio Cesare Andrea Evola, noto come Julius, nato in Roma il 19 maggio 1898,  durerà  30 anni, più della metà di  una vita attiva di lavoro, impegni, studi. Anche Carl Schmitt fu sotto i bombardamenti in Berlino. La casa dove abitava, all’indirizzo di Kaiserswertherstraße 17, era stata bombardata il 23 agosto 1943 da una mina aerea e Schmitt con la sua famiglia si salvò appena scappando dalle finestre della lavanderia . La casa fu distrutta, ma i quadri, i libri e i manoscritti in buona parte furono risparmiati. Schmitt pensava di trasferirsi a Plettenberg, ma gli fu negato dalla sua università il semestre di ferie di cui aveva bisogno per organizzare il trasferimento. Visse a Berlino in vari alloggi e fu pure ospite di Johannes Popitz , che verrà poi messo a morte nella repressione seguita al fallito attentato alla vita di Hitler del 20 luglio 1944.

A quella di Evola, simile per taluni aspetti e diversa per altri, è la vicenda umana e politica di Carl Schmitt, profondamente segnata dalla guerra. Entrambi, Schmitt ed Evola, nell’arco della loro vita, hanno vissuto, in Germania e in Italia, l’esperienza della prima e della seconda guerra mondiale, ed anche del loro dopoguerra. Schmitt, nato nel 1888, era di 10 anni più anziano di Evola, e gli sopravviverà per altri dieci anni, venendo a morire nel 1985. Il rischio dei bombardamenti era in Germania superiore che altrove e furono anche più pesanti le conseguenze della sconfitta . Fu un vero e proprio annientamento, cioè non solo gli eserciti combattenti ma anche e soprattuto le popolazioni civili furono alla mercé del vincitore che con Morgenthau ne aveva programmato il “destino”, improntato a una dinamica di “colpa ed espiazione”  che caratterizza la narrazione storica dominante per il periodo 1917-1945 della storia europea. Si trattò invece per Nolte di  una “guerra civile” che come conseguenza ha segnato il declino politico di tutti gli stati del vecchio continente a vantaggio della nuova potenza d’oltreoceano.  In Germania, soprattutto, ma anche in Italia, l’interiorizzazione del senso di “colpa” è stato l’effetto più devastante che il vincitore poteva imporre, con i mezzi della propaganda e del condizionamento post-bellico, proiettandosi sulle generazioni a venire e influenzando la formazione dei governi e delle loro politiche. Norme penali venivano poste per preordinare la formazione della identità politica e culturale delle popolazioni sconfitte, sterminate fisicamente o etnicamente ripulite. Non si tratta qui di negare la “colpa”  o le tragedie della storia europea del Novecento, o la ricerca impossibile delle responsabilità dei conflitti, in una logica revanchista, revisionista o addirittura “negazionista” , ma di comprenderne e rilevarne l’uso strumentale in una guerra che non finisce mai ed ha come obiettivo la trasformazione della psiche e la distruzione dell’identità storica dei popoli europei quale si era venuta formando nel corso dei secoli . Ed è chiaro che i primi bersagli da colpire sono quegli intellettuali, pensatori, filosofi che per la loro posizione e funzione sono quelli che maggiormente possono dare espressione ed organizzazione alla identità spirituale e politica del popolo al quale appartengono intimamente.
Schmitt abitava a Berlino durante il periodo in cui esercitò nella vita pubblica la sua influenza culturale e politica . A guerra finita, riparò in Plettenberg, suo paese natale, dove trascorrerà in una sorta di esilio o di confino il resto dei suoi anni, ma dove anche in parecchi andavano a trovarlo come in una sorta di pellegrinaggio, ed anche io fra questi, per due volte . Prima però oltre che alle bombe Schmitt dovette scampare al tentativo di infliggere attraverso la sua figura una condanna esemplare a ciò che la Germania era stata, per la sola colpa di essere esistita, dalla fondazione bismarckiana del Reich fino ad Hitler . Schmitt si trovava ancora nella Berlino distrutta e occupata, quando fu arrestato una prima volta il 26 settembre 1945. Ne seguì  una detenzione di dodici mesi in due diversi campi, situati nella stessa Berlino, fino al rilascio avvenuto il 10 ottobre 1946. Fu stranamente arrestato una seconda volta il 19 marzo 1947.  Subirà ancora cinque settimane di detenzione nella “casa dei testimoni” a Norimberga, dove fu sottoposto da Robert Kempner a tre interrogatori, per essere poi definitivamente rilasciato una seconda volta il 6 maggio 1947 senza luogo a procedere. Per ulteriori dettagli sulle date, i luoghi e le imputazioni e le cronache processuali rinviamo però a un libro che tratta diffusamente queste cose, cioè, al volume a cura di Helmut Quaritsch, tradotto in italiano presso Laterza, con titolo: Carl Schmitt, Risposte a Norimberga . Nella nostra ricostruzione attingiamo ampiamente a questa fonte.
Ci interessa qui rilevare le analogie dei due casi e l’identico obiettivo di trasformare il “nemico” vero o presunto in “criminale”, screditandone la rilevanza culturale. Entrambi, Evola e Schmitt, furono oggetto di delazione, ma non avevano commesso nessun atto concreto per il quale poteva essere loro contestato uno specifico titolo di reato.  Cito de Turris, che replica a Paolo Mastrolilli, autore di un romanzo, Adelfi, dove in forma romanzata si parla dell’esistenza reale di Elenchi  – consegnati agli Alleati – di persone da arrestare e delle ragioni, certe o sospette, per le quali avrebbero dovuto essere arrestate e punite . Fra i “sospettati” vi era il nome di Evola, ma contrariamente a ciò che si imputava genericamente a tutti, de Turris obietta: «Evola non aveva “venduto” nessuno, né “fatto ammazzare” nessuno, né tantomeno era coinvolto in fatti collegati alla deportazione degli ebrei o in eventi simili» . Carl Schmitt, dal canto suo, quando fu arrestato, non rientrava neppure nella categoria cosiddetta dell’«arresto automatico» che colpiva chi ne faceva parte non in ragione di atti commessi, ma per la semplice appartenenza a determinati ruoli dell’esercito o dello Stato o del Partito. Fra queste non erano inclusi i professori universitari, fra i quali si poneva Schmitt, che era stato estromesso da qualsiasi carica pubblica dopo l’attacco nell’organo delle SS, Das Schwarze Korps, nel dicembre del 1936 .
Mentre per Evola restano ignoti i nomi (o il singolo nome) dei delatori, per Carl Schmitt lo si conosce. Era il suo ex-collega Karl Lowenstein, uno degli emigrati negli Usa, ritornati poi al seguito dell’Esercito americano che occupò la Germania e istituì i vari tribunali, dove i vincitori giudicavano e condannavano i vinti. Simili tribunali segnarono una svolta nella storia del diritto. Lowenstein, personaggio influente, scrisse una relazione dove si pretendeva che Carl Schmitt venisse processato per crimini di guerra. La pretesa era infondata ma l’istruttoria fu lunga e Schmitt subì senza motivo dodici mesi di detenzione, particolarmente dura e brutale, almeno nel primo campo di Lichterfeld Sud, in Berlino, dove erano già stati internati parte dei prigionieri italiani fatti dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Più rischiosa fu per Schmitt la seconda detenzione in Norimberga, dove – nella ricostruzione di Quaritsch – si voleva intimidire Schmitt per trasformarlo da indiziato di reato in testimone a favore dell’accusa, per il successivo processo secondario ai funzionari del ministero degli esteri o ministeriali in genere, detto Wilehlmstrasse-Prozess.
Queste premesse di carattere storico-biografico ci sono necessarie per introdurre il “pensiero” dei due Autori in relazione al tema dell’Europa, su quale visione se ne avesse, cosa i “sopravvissuti” alla disfatta bellica dei loro Paesi potessero ancora fare e pensare in condizioni non favorevoli. Non che prima del 1945 le cose stessero per loro  molto meglio.  È infatti nota la posizione di Evola all’interno del fascismo e del nazismo . Era una posizione critica ma sostanzialmente tollerata. Evola non ebbe a subire attacchi e persecuzioni come quelli che subì Schmitt dal dicembre del 1936 per tutto il tempo a seguire, prima ad opera dei nazisti  e poi dagli Alleati in Berlino e al Tribunale di Norimberga. Durante il nazismo Schmitt aveva potuto almeno conservare la cattedra, che aveva già dai tempi di Weimar.  Nella Germania occupata Schmitt visse tutta la sua vita in una sorta di esilio, al paese natale, a Plettenberg, in una casa sulla cui parete esterna aveva fatto mettere la scritta “San Casciano” .
Per Schmitt va rilevata una peculiarità, su cui si è soffermato Quaritsch, e che descrive il modo in cui egli si pone nella ricostruzione del suo passato. Dopo il parere sulla guerra di aggressione che gli era stato chiesto nell’estate 1945, e prima di essere arrestato nell’autunno successivo, Schmitt non si pronuncerà più, in modo diretto, sui temi legati all’attualità politica. Ogni riflessione sul presente è mediata con richiami ad autori del passato e a riferimenti dotti e perfino criptici.  Per l’interprete il lavoro non è facile. Non esiste e non poteva esistere per Schmitt una autobiografia come quella di Evola “Il cammino del Cinabro”, sempre che si possa considerare questo testo una mera autobiografia intellettuale e non qualcosa di più. Per Schmitt, invece, non era possibile dare una rappresentazione letteraria del suo io soggettivo: sarebbe stato un atto di superbia. Agisce sempre in lui un fondo cattolico. Le notizie, i giudizi, gli attacchi, i riconoscimenti, le denigrazioni che via via si accumulano sulla sua vita quasi centenaria sono indirette, occasionali o ricavate da ciò che ne dicono altri, come nel caso di Kempner che fornisce tuttora l’unica narrativa di ciò che Schmitt ebbe a subire a Norimberga, ma non troviamo in Schmitt un'idealizzazione programmata della sua esistenza. I Diari, che lentamente escono, redatti in una difficile stenografia, avevano lo scopo – lui stesso dice  – di fornire un aiuto alla memoria nella ricostruzione a distanza di anni di eventi ed incontri, ma non erano un esercizio letterario.
Di Evola sappiamo che non fu ostacolato intellettualmente dalla sua infermità e riusciva perfino ad essere attivo nella vita politica. Si è posto il problema di quanto la sua condizione possa aver influito nello sviluppo del suo pensiero. Si direbbe per nulla , distinguendo però una normale reattività nelle relazioni culturali ed epistolari del dopoguerra, dove il suo animo poteva restare esacerbato. Ebbe in tutto il corso della sua vita, prima e dopo la sua infermità, innumerevoli relazioni con intellettuali e personaggi politici. È chiaro come questi contatti siano stati a volte positivi altre volte negativi ed improduttivi, provocando le reazioni del caso. Vi è stata anche una relazione epistolare e un rapporto personale fra Carl Schmitt e Julius Evola . Se dobbiamo dar credito alle testimonianze dirette la sua infermità non ha influito sulle sue prestazioni intellettuali, e costituiscono affermazioni denigratorie le rappresentazioni di un Evola tutto rancoroso e pieno di risentimento.
Evola ai primi anni ’50 fu portato in giudizio come supposto ispiratore dei FAR, addirittura arrestato, ma poi infine assolto. Ciò testimonia di un impegno politico pratico militante, che in Carl Schmitt, non ritroviamo, sapendo però quanto diversa sia la situazione tedesca ed italiana dal dopoguerra in poi. Per Schmitt fu un’impresa aver superato lo scoglio di Norimberga, dove lo si voleva far naufragare non solo giudiziariamente, ma soprattutto spiritualmente. E per tutta la vita dovrà stare sulla difensiva, per difendere la sua immagine pubblica e storica. I due filosofi si conobbero personalmente in Germania, mentre non sappiamo di un incontro fra i due in Roma o in Italia. Evola fu ospite di Schmitt a Berlino: è annotato dal libro degli ospiti per il giugno del 1938, tenuto dalla signora Schmitt, e da una lettera del dicembre 1937 di Schmitt a Jünger, dove l’italiano Evola appare “merkwurdig” al tedesco cattolico Schmitt . Ma sappiamo anche, dai “Ricordi” di Günther Krauss, che Carl Schmitt era un adoratore della Vergine Maria, e che anche in pieno nazionalsocialismo i suoi ospiti «erano addirittura fisicamente costretti a cantare insieme il canto mariano “Meerstern, ich dich grüße”, che costituiva la conclusione delle serate, senza riguardo alla loro confessione religiosa o concezione del mondo» . Difficile immaginare un Evola che intona un canto mariano, ma è anche difficile, almeno in questo caso, decidere fra i due, Schmitt ed Evola, chi fosse più “merkwürdig”.
Hanno in comune una profonda partecipazione al loro tempo e al loro Paese.  Sentono entrambi il tema Europa, non disgiunto dal concetto di popolo, non facile da intendere ed ancora meno facile da trattare. Schmitt parla dell’Europa come qualcosa di unitario sia nella speranza per la sua salvezza che per i timori sul suo destino, rifacendosi anche al pensiero di Donoso Cortés. Ma ne parla anche in una prospettiva a noi più vicina, ossia ragionando sull’ipotesi di una unificazione politica del continente, non già nei primi anni del secondo dopoguerra, al modo di Schuman, De Gasperi, Spinelli, ma nel 1928, dopo il disastroso trattato di Versailles, ancora prima della disfatta e del crollo definitivo del 1945, le cui conseguenze arrivano fino a nostri giorni in cui si scambiano le cause maligne di questa Europa detta Unione Europea con il bene assoluto. In un continente uscito dalla disfatta militare, con una resa senza condizioni agli eserciti invasori, che mai più lasceranno i territori conquistati ed occupati, è irrealistico parlare di unificazione e indipendenza politica nei termini in cui Carl Schmitt pensava all’Europa in un anno che era il 1928, a metà fra la prima e la seconda guerra mondiale, e nel quale il nazismo non era giunto al potere né si prevedeva potesse giungervi.
In una critica alla Società delle Nazioni, Carl Schmitt riconosce nella Santa Alleanza l’ultimo tentativo, indipendente, di un sistema europeo, al quale intuendone la portata oltreoceano fu immediatamente opposta la dottrina Monroe. Nel 1928 Schmitt parla chiaramente e consapevolmente di “unificazione europea” come obiettivo di per sè evidente e necessario, ma per il quale si oppongono “difficoltà politiche” che sono per l’Europa una costante storica bene illustrata proprio dal destino della Santa Alleanza, che si dissolse rapidamente, lasciando via libera al crollo europeo del XX secolo. Non si tratta qui di una speculazione su eserciti, alleanze, guerre vinte e perse, ma di una riflessione su ciò che alberga nella testa e nel cuore degli uomini, che poi fanno le guerre, guidano gli eserciti, stipulano e sciolgono alleanze. Nel XIX secolo Donoso Cortés aveva visto le nubi che si addensavano all’orizzonte. Ed è nel nome di Donoso Cortés che si sviluppa nel secondo dopoguerra un carteggio fra Evola e Schmitt, edito dalla Fondazione Evola .
Ci sembra qui interessante richiamare ciò che nel 1928 scrive Schmitt a proposito dell’idea di una unificazione europea che non poteva certo essere realizzata nella forma della Società delle Nazioni. La dottrina Monroe, proclamata nel 1823, era stata la formulazione di un controraggruppamento alla Santa Alleanza e Schmitt annota come già allora essa fosse stata subito approvata dall’Inghilterra. Al tentativo di una federazione europea veniva allora contrapposto «il continente americano unitario, prima ancora che questo continente fosse completamente colonizzato e popolato».  Così prosegue Schmitt, attualizzando il problema un secolo dopo Donoso Cortés:
«Un’unificazione politica dell’Europa sarebbe dal punto di vista della politica mondiale un evento inaudito. Sarebbe qualcosa di molto più inverosimile dell’unificazione della Germania nel XIX secolo, della quale si deve tuttavia dire che malgrado una preparazione durata una generazione, malgrado delle guerre di liberazione nazionale e una rivoluzione nazionale essa fu possibile solo per la genialità di un singolo uomo e solo con l’aiuto di una costellazione favorevole di politica estera. Ogni statista del XIX secolo, ma soprattutto Bismarck stesso, era consapevole di quanto fosse stata straordinaria  e stupefacente questa riuscita e nessuno si era immaginato che una simile costruzione politica potesse prodursi senza il rischio di pericolose inimicizie, senza guerre pericolose e conseguenze imprevedibili di politica estera. La guerra mondiale dal 1914 al 1918 è soltanto una delle conseguenze dell’unificazione politica della Germania. Ma un’unificazione politica dell’Europa sarebbe in confronto a questa unificazione nazionale della Germania un vero miracolo. Se questa Europa non deve essere semplicemente una povera decorazione, ma un’unità politica, cioè indipendente dai mutevoli interessi economici e dalle congiunture, duratura e capace d’azione, allora essa sarebbe non meno che una nuova potenza mondiale. La sua semplice esistenza produrrebbe nuovi raggruppamenti di amico nemico, e si dovrebbe vedere se le potenze mondiali esistenti, in particolare il sistema di Stati anglosassone, abbiano interesse a lasciar sorgere accanto a loro una formazione politica che abbia forza e autonomia propria» .
Sono qui spiegati due interi secoli di storia europea fino ai nostri giorni . Se Donoso Cortés nella prima metà del XIX sec. può essere considerato un diagnostico, Carl Schmitt non lo è stato da meno per la nostra epoca. Nel 1928 Hitler e il nazismo ancora non sono al potere. Di Shoà e di colpevolizzazione collettiva come strumento della politica ancora non si parla. Il trattato di Versailles lo si può forse intendere come una anticipazione e preparazione del piano Morgenthau e spiegare con esso la reazione che portò al potere il nazionalsocialismo. L’attuale Unione Europea corrisponde a un “povera decorazione” che dà un nome unificato all’occupazione militare degli USA sugli stati europei, usciti tutti sconfitti dalla seconda guerra mondiale, inclusi Francia e Inghilterra, che vincendo persero i loro Imperi coloniali. Essa dipende interamente da “mutevoli interessi economici e dalle congiunture”. È ben lungi da una qualsiasi unità politica ed è del tutto incapace di azione. Schmitt ha descritto nel 1928  l’Europa che abbiamo oggi. Dal suo testo emergono almeno due concetti che lo differenziano da altre posizioni: l’idea di un’Europa non soggetta a interessi economici e la contrapposizione necessaria al sistema degli Stati anglosassoni.
Ma cosa significa “unità politica” nel linguaggio schmittiano del 1928? Ricordiamoci che nel 1927 esce la prima edizione del Concetto del politico con la nota distinzione di amico/nemico come fondativa dell’essenza del politico e della scienza politica. Nello stesso anno 1928 esce la Dottrina della costituzione, testo base del decisionismo giuridico con la nota definizione della costituzione come decisione politica fondamentale che un popolo assume sulla forma e la specie della sua esistenza politica. Unità politica significa un popolo che è il soggetto capace di distinguere fra amico e nemico e Stato significa la sua unità politica in un rinvio continuo dell’una cosa all’altra. Uno Stato ha poi senso se è indipendente e sovrano. A meno che non si voglia e non si intenda per Stato un mero apparato amministrativo-militare per l’esecuzione di interessi estranei e l’oppressione dei suoi cittadini, secondo uno spettacolo che ai nostri giorni sembra di poter osservare in una Grecia ridotto allo stremo da un’Europa, o meglio UE, che doveva essere per tutti un ideale unificante e solidale. Nel momento decisivo e più cruciale della sua vita, che portò alla breve adesione al nazismo, Schmitt dichiarò in una intervista radiofonica, trasmessa il 1° febbraio 1933 di considerarsi come giurista un organo del popolo tedesco in opposizione ai giuristi positivisti che attraverso il trattato di Versailles accettavano e sancivano l’asservimento della Germania .
Confrontiamo ora queste posizioni di Schmitt con alcuni brani di un’opera di Evola, del 1964 nella sua prima edizione, Il fascismo vista dalla destra .  Ci sono fugaci passi sul rapporto fra il fascismo e lo Stato, per il quale si rinvia come trattazione più organica, a “Gli uomini e le rovine”, del 1953 nella sua prima edizione . Sono per noi significative alcune brevi citazioni di Mussolini del 1924, fatte da Evola: «Senza lo Stato non vi è nazione. Ci sono soltanto degli aggregati umani, suscettibili di tutte le disintegrazioni che la storia può infliggere loro»;  del 1927: «Solo lo Stato dà l’ossatura dei popoli…  Non è la nazione a generare lo Stato. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo… una volontà e quindi una effettiva esistenza»; del 1934: «Il popolo è il corpo dello Stato e lo Stato è lo spirito del corpo».  Sono formule che trovano una corrispondenza più articolata nella dottrina dello Stato di Carl Schmitt, che non senza ragione ebbe a definirsi un fascista. In Italia Schmitt ebbe il 15 aprile del 1936  un incontro con Mussolini. I due parlarono dello Stato:
«…In Italia le cognizioni filosofiche e la conoscenza di Hegel erano allora molto più diffuse che nella Germania borghese degli anni ’30, e precisamente tanto presso i fascisti quanto fra gli antifascisti, per i quali erano rappresentativi i nomi di Gentile e di B. Croce. Ma in Germania, come ho detto, c’era una disponibilità e una un’aspettativa metafisica più consona. Riguardo al fascismo posso qui forse comunicare un ricordo personale. Io ebbi a Palazzo Venezia la sera del mercoledì di Pasqua, il 15 aprile 1936, un colloquio a quattr’occhi alquanto lungo con Mussolini. Il colloquio riguardava il rapporto fra partito e Stato. Mussolini disse con orgoglio e con un’evidente frecciata verso la Germania nazionalsocialista: “Lo Stato è eterno; il partito è passeggero; io sono hegeliano!” Osservai: “Anche Lenin era hegeliano, cosicché devo permettermi la domanda: ma dove si trova oggi la residenza storico-universale dello Spirito di Hegel? A Roma, a Mosca, o forse ancora a Berlino?” Rispose con un riso grazioso: “Questa domanda gliela restituisco”. Al che io: “Allora devo naturalmente dire: a Roma!”, cosa che egli con un gesto charmant, cortesemente ironico confermò. La conversazione con lui fu un grande divertimento intellettuale e mi resta indimenticabile in ogni dettaglio. Egli mirava con una conversazione ad un ammonimento ad Hitler, che io dovevo inoltrare, cosa che – certo in modo assai prudente – ho anche fatto e che mi portò assai male».
Sull’intreccio di popolo e Stato, nella concezione del fascismo, che certo non può prescindere da Mussolini, troviamo in Evola un brano chiarificatore in una sintesi, di pochi anni più tardi, mentre la guerra era ancora in corso:
«Mussolini ha parlato una volta ironicamente della “misteriosa entità che su chiama popolo”. “Popolo”, sia pure come “Volk” è un semplice mito, che sa sempre, inevitabilmente, di demagogia: specie là dove ad esso si accompagnino istanze polemiche intese a svalorizzare e degradare il significato di tutto ciò che è Stato, forza politica formatrice dall’alto» .
Troviamo qui messi insieme concetti che accomunano Evola, Schmitt e il fascismo in contrapposizione al nazionalsocialismo; il popolo è rappresentato come distante da una concezione völkisch, cioè razziale,  e pure distante da una concezione mitica in contrapposizione all’idea di Stato. Addirittura, subito dopo il brano evidenziato, troviamo una concezione multietnica: «In ogni grande “popolo” sono sempre comprese influenze varie, vari elementi razziali, varie tradizioni». Ed è solo grazie alla conduzione politica, all’opera delle élites, che si riconduce a un «ordine» ciò che altrimenti sarebbe rimasto una «confusa potenzialità».
Per quanto riguarda il tema dell’Europa, della sua unificazione politica, non doveva giungere Altiero Spinelli con il Manifesto di Ventotene , perché se ne incominciasse a parlare.  Il problema dell’unificazione continentale resta aperto fin dal 476 d.C. con la caduta dell’Impero romano d’Occidente e si ripropone continuamente nella storia europea come una costante geopolitica. Interessante notare come nel 1940 Julius Evola vedeva e poneva il problema, in un’altra citazione che riportiamo per esteso:
«Come l’azione rivoluzionaria europea ha tratta origine dalle potenze dell’Asse, così è evidente che anche il nucleo primario ed essenziale di una civiltà europea deve fondarsi sulle possibilità e sul retaggio spirituale delle due potenze dell’Asse. Il primo compito, presupposto di ogni ulteriore sviluppo e di ogni ulteriore aggregazione, sarà dunque di precisare i termini nei quali l’elemento italiano – o, per dir meglio, l’elemento romano – e quello germanico possano reciprocamente integrarsi e potenziarsi nell’ambito di un’idea dell’Europa. Qui ci sembra quasi assistere ad un ricorso storico. Sembra cioè preannunciarsi o imporsi qualcosa di simile a quel che avvenne nella creazione dell’ultimo vero tipo di civiltà imperiale europea, di quella medievale, sorta essenzialmente dalla simbiosi dell’elemento romano e di quello germanico. Ma in che funzione e in che significato questi elementi potranno figurare nella civiltà futura degli “spazi imperiali”? La forma della loro precedente apparizione nel mondo medievale è più o meno nota a tutti: l’elemento germanico, o nordico-germanico, si tradusse essenzialmente nella civiltà feudale e nell’etica ad essa corrispondente, mentre l’elemento romano apparve in una stretta relazione col cristianesimo, nel senso, soprattutto, di fornire dei punti trascendenti e supertemporali di riferimento ad un tipo di organizzazione politica non semplicemente nazionale. Ricordato questo punto, bisognerebbe cominciare con l’esaminare le specifiche idee politiche che oggi sono proprie all’Italia e alla Germania, per stabilirne la differenza e la varia suscettibilità a servire da coerente premessa per il tipo nuovo di civiltà. A tale riguardo, dalla più imparziale e oggettiva considerazione dei fatti risulta, che l’idea fascista ha un maggior carattere di “attualità” e di utilizzabilità che non quella nazionalsocialista» .
Dunque, nel 1940, Evola pensava ad una Europa fascista. E mi avvio a una conclusione provvisoria.  Ho citato la prima edizione de “Gli uomini e le rovine”, del 1953,  perché coevo a un testo di Schmitt uscito nel 1954, Colloquio sul potere , che metto a confronto. Nelle “Rovine” c’è un capitolo finale sull’Europa. Direi che sia in Schmitt, già nel 1928, sia in Evola l’idea che hanno di Europa non è né di tipo egemonico dove una stato guida gli altri e magari li assorbe, né di tipo dispotico dove uno Stato sconfigge gli altri e ne annette il territorio. Se Europa è mai stata o dovrà mai essere, si tratta di una convergenza dei singoli verso un sistema che ha una apertura alla trascendenza. L’idea di trascendenza la si trova costantemente in ogni pagina di Evola, ma anche in Schmitt che ripropone nell’ultima edizione del Concetto del Politico , nel 1963, edizione Miglio del 1972, in una nota, il Cristallo hobbesiano, che parte dalla Trascendenza e torna alla Trascendenza.
È noto per Evola il suo razzismo aristocratico spirituale, il suo tradizionalismo, il suo forte antidemocraticismo, la sua affezione al sistema delle caste, l’amore per gli Ordini medievali, come quello dei Templari, proposti come modello per la nostra epoca, cosa di cui deve aver conversato con Schmitt nel dicembre del 1937, come si apprende dalla lettera citata di Schmitt a Jünger . Una chiave importante per intendere l’opera sua di tutta una vita, di tutti i suoi libri, la si può trovare espressa più chiaramente in un brano delle Rovine, dove si parla di visione del mondo, in tedesco Weltanschauung, che procede appunto da una tradizione e da un sistema di forze:
«La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su di una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un’attitudine, non di teoria o di erudizione, disposizione e attitudine che non concernono il solo dominio mentale, ma investono anche il dominio del sentire e del volere, informano un carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, dànno evidenza ad un dato significato dell’esistenza» .
Dunque, si tratta di una attitudine, che riguarda il presente, e non di un anacronistico e impossibile ritorno al passato, semmai è l’inizio di una nuovo ciclo, di una rinascenza dopo la catastrofe. Qui, idealmente, Schmitt ricollega a Evola, quando descrive il culmine della catastrofe nell’annientamento di un popolo, e delle individualità che lo compongono. A ciò si giunge quando si svuota loro il cervello, si toglie loro qualsiasi attitudine intellettuale e spirituale, a riconoscere il nemico e l’amico. Lo sa altrettanto bene, non meno bene il nemico stesso che nell’ultima guerra, da noi persa, non si è accontentato della vittoria transeunte e alterna delle armi, ma attraverso un Tribunale  ha voluto trasformare il nemico vinto in un criminale  ed ha invaso tutti i campi della cultura, della religione, delle arti, della comunicazione, dell’educazione, per forgiare una diversa identità prone a quella “cupidigia di servilismo” , che già fu notata dai vecchi uomini politici italiani ritornati al potere subito dopo la caduta del fascismo.
Ho prima accennato a una osservazione di Quaritsch, alla quale ne aggiungo una mia. Si è detto che, nella situazione tedesca, Schmitt non poteva più permettersi riferimenti all’attualità politica, quale ancora si trovano nei saggi raccolti in Posizioni e concetti in lotta con Weimar-Ginevra-Versailles, che vanno dal 1923 al 1939, saggi da me tradotti tutti integralmente in italiano senza alcun timore . Per parlare del presente Schmitt doveva – dopo il 1945 – mascherarsi con una ricostruzione del passato. Dall’arresto e detenzione berlinese del 1945-1946 e dalla seconda, più breve e rischiosa detenzione in Norimberga, nell’aprile del 1947, Schmitt andrà schermando i suoi pensieri dietro figure classiche e situazioni del passato. Ne usciranno due testi mirabili: Ex captivitate salus, scritto durante la prigionia berlinese, addirittura sui fogli bianchi di un ricettario che un medico americano compiacente, Charles, gli passava per eludere il divieto di scrivere. E il Colloquio sul potere e sull’accesso presso il detentore del potere, che uscì come volumetto nel 1954 e fu concepito nella prigionia di Norimberga.
Quaritsch chiarisce come non vi fossero ragioni per incriminare Carl Schmitt né a Berlino né a Norimberga. Infatti, fu rilasciato una prima volta a Berlino, nel 1946, dopo 12 mesi di detenzione senza dover scontare una pena alla quale si era stati condannati, ma in una sorta di carcerazione preventiva terminata con un proscioglimento. Non si poté provare l’accusa di Lowenstein di aver commesso “crimini di guerra”, cosa che avrebbe comportato l’esistenza documentata di fatti e atti concreti. Per cui riusciva strano un secondo arresto e una seconda detenzione in Norimberga. Si voleva, in pratica, intimidire Schmitt e fare di lui un delatore, per la grande conoscenza che aveva della organizzazione statuale del potere, possibile per una sua vicinanza al potere dovuta, ad es., grazie all'amicizia di un Popitz: non si può avere un'idea del mare se non lo si è mai visto e non ci si è mai bagnati. A questa infamia Schmitt seppe sottrarsi, consegnando a noi oltre ai suoi scritti una lezione di accortezza e prudenza, nelle situazioni date e ineludibili, dando un senso di continuità etica ed intellettuale alla sua lunga esistenza. Ne abbiamo bisogno per vivere nella nostra epoca, senza tradire le nostre convinzioni profonde e i nostri principi, consapevoli della inferiorità della nostra forza in un quadro politico caratterizzato dalla perdita di sovranità statuale e indipendenza personale. Lo si voleva trasformare in un testimone a favore dell’accusa nel Wihlemstrasse-Prozess, cioè nel processo contro i ministri, di cui il più importante era Hans Lammers, capo della cancellaria del Reich, ossia per un certo tempo la persona che parlando per primo con Hitler, il massimo detentore del potere, era per questo più influente di ogni altro ministro. Da questa esperienza nasce il Dialogo sul potere e sull’accesso presso il detentore del potere.
In questo libretto si trova al centro la figura di Bismarck, il cui potere cessa nel momento in cui è sopravanzato nella sua prerogativa di essere il primo al quale l’Imperatore si rivolgeva per ricevere le informazioni di cui aveva bisogno e poi per trasmettere gli ordini che intendeva dare. In realtà, dietro la figura di Bismarck potrebbe ben nascondersi Lammers, che Kempner voleva incriminare con l’aiuto di Schmitt.
Il Dialogo è una riflessione sulla natura del potere e dell’uomo stesso che detiene il potere, ma che dal potere è anche condizionato. Il potere diventa qui qualcosa di trascendente rispetto all’uomo che lo detiene. Viene qui in mente la bella immagine dell’Anello del potere nella saga di Tolkien . Ma si pone anche il problema della decisione che è propria di ogni uomo che abbia libero arbitrio e possa scegliere liberamente fra il bene e il male.  Difficile sapere cosa è il bene e il male. Donoso Cortés al riguardo lasciava intendere: come fai a sapere cosa è il bene o il male, cioè che sei un peccatore, se qualcuno non te lo dice?  Schmitt concludeva che la decisione ultima a ognuno concessa, o almeno la sua personale decisione, era a favore dell’uomo. Restando tuttavia aperta la questione sulla natura, sull’essenza dell’uomo, una domanda che si trascina da Platone a Marx e che vede risposte diametralmente opposte, fra la concezione dell’uomo come dotato di anima, di spirito, di trascendenza e quella di Marx che dissolve l’uomo nel sistema dei rapporti di produzione, anche se nell’ultimo Marx ritorna prepotente il problema dell’individuo, dell’uomo semplice, fatto di carne ed ossa .
Per tornare a Schmitt ed Evola diciamo che l’uomo è ciò che vuole essere o diventare, essendo egli libero e potendo scegliere. Ed in questo vi è la speranza, tanta speranza, la possibilità della salvezza. Se lo si considera nella sua individualità, nella sua libertà di scegliere, nella sua attitudine nel senso evoliano, poco importa che si intenda il singolo uomo concreto come componente di un Ordine, di una casta, di una aristocrazia, o come componente di quel popolo che per Schmitt è il soggetto necessario della decisione politica fondamentale, sulla base della quale si ha una costituzione in senso proprio, l’unità politica, uno Stato, un’esistenza politica indipendente e sovrana. Quanto poi all’oziosa questione che da 70 anni e passa affanna pubblicisti e detrattori di Evola e di Schmitt, desiderosi di legare il senso della loro esistenza al tempo in cui sono vissuti, credo possano farsi due osservazioni: il concetto di responsabilità ha senso in quanto lo si riconduca a un singolo individuo e alla sfera della sua decisione, ma non ha senso se si pretende di estenderlo a fatti umani collettivi ed interconnessi o addirittura ad eventi naturalistici; se poi si vuole assumere su un piano morale ed etico come “colpa”, “crimine”, come “male assoluto” il tempo vissuto nelle loro epoca e nel loro paese, allora dopo 70 anni può ragionevolmente e documentalmente sostenersi che i vincitori non si sono dimostrati migliori del vinti del 1945 e che il “male” della nostra epoca presente non è meno “assoluto” di quella passata.
Antonio Caracciolo
15 marzo 2017.

12 marzo 2017

Webgrafia italiana in facebook. - Indice numerico

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1WE = Robert WYLLIE, Against Schmitt’s Political Theology, Prometheus or Pandora? Hans Blumenberg and Walter Benjamin as Political Theologians, in:
Telos, 2013.7.30 - Links facebook: vb1 - vb2.

2WE = Guest Contributor, Why ‘For or Against Trumpo?” Is the Wrong Question, in: PanamPost, 2017.1.25 - Link: https://panampost.com/editor/2017/01/25/must-we-pick-a-side/
3WE = Samuel OSBORNE, Senior Trump adviser compared to renowned Nazi by editor of ‘neo-con bible’ Weekly Standard, in: Independent, 2017.2.5 - Link: http://www.independent.co.uk/news/world/americas/michael-anton-compared-nazi-carl-schmitt-essay-flight-93-election-neoconservative-weekly-standard-a7563936.html
4WE = Jeet HEER, William Kristol compares a Weekly Standard writer to a leading Nazi collaborator, in: New Republic, 2017.2.2 - Link: https://newrepublic.com/minutes/140415/william-kristol-compares-weekly-standard-writer-leading-nazi-collaborator
5WE = Flaminia INCECCHI, Culture and Values in Schmitt’s Decisionism, in: TELOSscope, 2017.1.4 - Link: http://www.telospress.com/culture-and-values-in-schmitts-decisionism/
6WE = David T. PAN, Carl Schmitt and the Metaphysics of Decisionism, in: TELOSscope, 2011.3.7 - Link: http://www.telospress.com/carl-schmitt-and-the-metaphysics-of-decisionism/
7WE = Quinta JURECIC, Donald Trump’s State of Exception, in: Lawfare, 2016.12.14. - Link: https://www.lawfareblog.com/donald-trumps-state-exception
8WE = Tom G. PALMER, Carl Schmitt: The Philosopher of Conflict Who Inspired Both the Left and the Right, in: Valuewalk, 2016.11.6 - Link: http://www.valuewalk.com/2016/11/carl-schmitt-nazi/?all=1
9WE = Glen NEWEY, Locke, Schmitt and Carroll, in: LRB blog, 2016.11.8 - Link: https://www.lrb.co.uk/blog/2016/11/08/glen-newey/locke-schmitt-and-carroll/
10WE = Yvonne Sherratt, Hitler's philosophers.Yvonne Sherratt reveals how some of Germany’s greatest minds became enthusiastic supporters of the Third Reich... This article was first published in the February 2013 issue of BBC History Magazine Submitted by: Ellie Cawthorne, in: HistoryExtra, 2016.8.19 - Link: http://www.historyextra.com/article/premium/hitlers-philosophers-who-supported-third-reich
11WE = Cihad Hammy, Two visions of politics in Turkey: authoritarian and revolutionary. Politics is not a mere choice between white and black, but rather a creative way of people running their daily lives in all their colourful richness, in: openDemocracy, 2016.8.20 - Link:
https://www.opendemocracy.net/arab-awakening/cihad-hammy/two-visions-of-politics-in-turkey-authoritarian-and-revolutionary
12WE = Victor Nuovo, Who’s afraid of Steve Bannon?, in: Rutland Herald, 2017.3.1 - Link: http://www.rutlandherald.com/articles/whos-afraid-of-steve-bannon/
13WE = Andrew M. WENDER, Asymmetry and the Reimagining of Political Theology, in: Telos, 2017.3.8 - Link:
http://www.telospress.com/asymmetry-and-the-reimagining-of-political-theology/
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04 marzo 2017

Webgrafia tedesca in Facebook. - Indice numerico.

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1WT = Martin KESSLER, Der lange Weg zu Demokratie, in:
RP-Online, 2017.1.3 - Links a facebook-css: fb1 - fb2.

2WT = Johannes K. POENSGEN, rec. a Hans-Dietrrich SANDER, Politik und Polis, in:
Blaue Narzisse. 2017.1.17 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

3WT = Jan ASSMANN, Totale Religion und Gründe der Gewalt, in:
NeueOZ, 2017.1.16 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

4WT = Peter SCHWARZ, Baberowskis Carl-Schmitt-Vorlesung. Wie die Humboldt - Universität den “Kronjuristen des Dritten Reichs” rehabilitiert, in:
Word Socialist Web Site, 2017.1.21 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

5WT = Gereon BREUER, Karlsruhe schützt das Recht, in:
Blaue Narzisse, 2017.2.10 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

6WT = Gereon BREUER, Die Biegsamkeit der obesten Richter, in:
Blaue Narzisse, 2017.2.3 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

7WT = Helmut HÖGE, Die Wahrheit. Insekten in Haufen. In Teil 25 der Serie „Die lustige Tierwelt und ihre ernste Erforschung“ geht es um die Entnazifizierung der Ameisenwissenschaft., in:
taz.de, 2017.2.13 - Links a fb-css a: fb1 - fb2.

8WT = Volker MAUERSBERGER, Konservative Revolution. Mit Carl Schmitt ins Weiße Haus?, in:
Blog Republic, 2016.12.14 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

9WT = Cord RIECHELMANN, Der Antirenegat. Vom SDS über den März-Verlag zum Zeitungsgründer: Was Klaus Behnken für die Linke bedeutet hat, in:
Jungle World Nr. 43, 2016.10.27 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

10WT = Stefan OSTERHAUS, Carl Schmitt in Plettenberg, in:
Deutschlandradio Kultur, 2016.9.4 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

11WT = Christian MÖLLER, Verantwortung - was heißt das genau?, in:
Deutschlandradio Kultur, 2016.9.4 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

12WT = Philipp GESSLER, Carl Schmitt und Ernst Rudolf Huber. NS-Juristen und ihre Rolle nach 1945, in:
Deutschlandradio Kultur, 2016.1.27 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

13WT = Dierk WOLTERS, Ernst Nolte gestorben. Kein Auschwitz ohne Gulag? Ernst Noltes These war ebenso einfach wie spektakulär: Den Nationalsozialismus hätte es ohne den Bolschewismus nicht gegeben. In Noltes Worten wurde das zum Skandal, in:
Frankfurter Neue Presse, 2016.8.19 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

14WT = Mario MIGLIORE, 30 Jahre Complexio Oppositorum - Carl Schmitts Stellung in den Rechts-, Geistes- und Sozialwissenschaften des 21. Jahrhunderts - Thematisches Dossier zur Aktualität Carl Schmitts anlässlich seines 30. Todesjahres, in:
H/Soz/Kult, 2016.10.15 - Links a fb-css: fb1 - fb2.

15WT = Ramin R. THERANI, Die “Neue Rechte” und Carl Schmitt, in:
der Freitag, 2016.7.4 - Links fb-css: fb1 - fb2.

16WT = Stefan BREUER, Carl Schmitts «Glossarium», neu ediert. Ein Schreibtischtäter, der sich als Opfer stilisiert.Das «Glossarium» des Staatsrechtlers Carl Schmitt ist voller Ressentiments; es gibt Einblicke in den affektiven Untergrund eines Theoretikers der Machtpolitik und der illiberalen Demokratie, in:
Neue Zürcher Zeitung, 2016.6.22 - Links fb-css: fb1 - fb2.

17WT = Helmut KÖNIG, Carl Schmitt und sein Werk. Die Politik eines Intellektuellen. Noch immer zieht Carl Schmitt (1888–1985), der ebenso berühmte wie berüchtigte deutsche Staatsrechtler und Zeitdiagnostiker, Interpretationen und Deutungen auf sich. Stefan Breuer beleuchtet in einer eindrucksvollen Studie Schmitt und sein Werk im Kontext der Weimarer Republik und ihrer politisch-intellektuellen Debatten, in:
Neue Zürcher Zeitung, 2012.11.29 - Links fb-cs: fb1 - fb2.

18WT = Frank LÜBBERDING, Löschbefehl. Freie Rede im EU-Parlament. Das EU-Parlament hat Angst vor der freien Rede. Die Geschäftsordnung sieht jetzt vor, dass die Liveübertragung und die Archivierung von ausfälligen Reden gestoppt werden kann. Das ist ein Zeichen der Schwäche, in:
Frankfurter Allgemeine Zeitung, 2017.3.11 - Link a fb-css: fb1- fb2.

19WT = Martin MAYER, Eine Lehre von der Feindschaft in der Welt. Carl Schmitts politische Theologie und ihre Bedeutung für die Gegenwart. Politische Theologie beschäftigt und beunruhigt die Welt heute im Gewand des islamistischen Fundamentalismus. Einer ihrer massgeblichen Theoretiker war der deutsche Staatsrechtler Carl Schmitt. Ein Blick auf sein Werk, in:
Neue Zürcher Zeitung, 2009.10.24 - Link a fb-css: fb1 - fb2.

20WT = Michael MARTENS, Der Krieger und der Opportunist. Ivo Andrić und Ernst Jünger.
In den sechziger Jahren schrieb Ernst Jünger dem Literaturnobelpreisträger Ivo Andrić eine Postkarte. Er bekam nie eine Antwort. Aus gutem Grund., in:
F.A.Z., 2016.5.14 - Link a fb-css: fb1fb2.

Julius Evola lettore di Carl Schmitt: 1941. Per un vero diritto europeo.

Julius Evola, verso 1941
Vengono qui raccolti, in ordine cronologico, per utilità degli studiosi di Evola e degli studiosi di Schmitt tutti i luoghi in cui Julius Evola scrive su Carl Schmitt in appositi articoli o lo cita appena, sia in forma esplicita, sia in forma implicita, ove in quest’ultimo caso si sia abbastanza certi della citazione non dichiarata. Vengono ogni volta indicati i luoghi, e se del caso aggiunte annotazioni esplicative. Qui si tratta di un articolo di Evola apparso originariamente su Lo Stato, anno XII, n. 1, gennaio 1941, pp. 21-29. Si riferisce a un articolo di Carl Schmitt, Die Auflösung der europäischen Ordnung im “International Law”, in: Deutsche Rechtswissenschaft – Vierteljahresschrift der Akademie für Deutsches Recht, 1940, 5. Band, Heft 4, S. 267-78. L’articolo è acquisito tramite scanner dal volume antologico Julius Evola, Nazionalismo Germanesimo Nazismo, a cura di Renato del Ponte, Genova, I Dioscura / Casa del Libro Fratelli Melita, pp. 83-89.

PER UN VERO DIRITTO EUROPEO

Nella misura in cui oggi condurre a fondo la vicenda guerriera in cui ci troviamo impegnati è cosa tanto importante, quanto precisare le idee destinate a far da base all’ordine nuovo, che sarà conseguenza della vittoria delle potenze dell’Asse - in una tale congiuntura è di particolare importanza esaminare accuratamente tutto ciò che già si comincia a fare nel campo delle scienze giuridiche ai fini di una revisione delle vedute finora accettate dai popoli europei e di una precisazione di nuove prospettive.

 Jünger  e Schmitt nel 1943 a Parigi
Per questo crediamo non privo d'interesse riferire e commentare brevemente le idee che un giurista già ben noto ai lettori della nostra rivista, Carl Schmitt, ha esposto in un suo recente saggio uscito nella rivista «Deutsche Rechtswissenschaft» e dedicato ai processi che han provocato la dissoluzione dell’ordinamento giuridico europeo e alla costituzione della cosiddetta international law.

Dello Schmitt è conosciuta l'idea, coincidente senz'altro con la nostra,
che fino ad un periodo relativamente recente, ma purtuttavia, già dimenticato
dal mondo moderno con una soprendente rapidità, le norme che regolavano
concretamente i rapporti fra le nazioni avevano un carattere organico
e differenziato. Non esisteva in alcun modo un diritto astratto , impersonale,
universalistico . Nei tempi più lontani, in fondo, la storia del diritto si
identificò alla storia degli imperi, con il che già si presentava quella idea di
«grandi spazi », quali sfere d'iHFluenza non semplicemente nazionale e domini
organizzati da interessi comuni, che solo oggi, sotto la forza stessa
delle cose, comincia di nuovo ad attrarre le menti . Ma anche dopo il periodo
propriamente imperiale della storia del nostro continente, lo Schmitt
constata l'esigenza di un diritto che non era per nulla «internàzionale», ma
«diritto delle nazioni europee». Come egli giustamente rileva , parlar di diritto,
fino ad un periodo relativamente recente, significava lo stesso che
parlar di diritto europeo sic et simpliciter e questa espressione manteneva
una intima connessione nella civiltà dei popoli europei. Un tale stato di co

se si mantenne fin verso il 1890. Dal 1890 in poi si ha una nuova fase, che
porta con sé trasformazioni profonde e conseguenze, il carattere deleterio
delle quali doveva apparire sempre più chiaro, fino alla crisi che dette luogo
alla guerra attuale.
Lo Schmitt pone l'inizio del nuovo periodo verso il 1890, che è la data
nella quale Bismarck cessò di essere il cancelliere germanico; ciò, per il fatto
che egli crede che Bismarck sia stato colui che, nel congresso di Berlino
del 1878 e poi nella conferenza del Congo del 1885, si era dimostrato «l'ultimo
uomo di Stato che si era mantenuto fermo ad un diritto delle nazioni
ancora specificatamente europeo e condotto dalle grandi potenze
europee». Noi però qui non siamo interamente del parere dello Schmitt: il
quale, del resto, già da sé ricorda che appunto nel congresso di Berlino si
ebbe - sia pure con certe riserve - l'annessione della Turchia alla comunità
giuridica delle nazioni europee, cosa nuova che già aveva un suo significato
sintomatico, anche per il fatto, che ciò avvenne sotto la spinta di motivi
realistici di opportunità politica, che così si dimostrarono più forti di
qualsiasi considerazione d'ordine più alto, e con lesione del prestigio di una
grande potenza europea, come era allora la Russia imperiale. Né si deve dimenticare
che la detta ammissione fu concordata da Bismarck con l'ebreo
inglese Disraeli e non si può non avvertire un certo senso di disagio ricordando
il fatto, che questi due uomini politici a Berlino s'intesero perfettamente,
come risulta dall'espressione storica di Bismarck nei riguardi di Disraeli:
«Der alte Jude, dies ist der Mann» cioè: «Questo vecchio ebreo è
l'uomo della situazione». Accenniamo tutto questo, per rilevare che, di
contro all'opinione di molti, nei riguardi dell'azione svolta da Bismarck,
sia all'interno della Germania che in Europa, non tutte le cose sono «in ordine
»: e chi si desse la pena di sfogliare un'opera assai interessante e illuminatrice
per i retroscena della storia europea, che noi stessi abbiamo recentemente
tradotta (I l, potrebbe facilmente convincersene. Più che Bismarck, a
noi sembra che, se mai, Metternich sia stato l'ultimo «Europeo», vale a dire
l'ultimo uomo politico che seppe sentire la necessità di una solidarietà
delle nazioni europee non astratta, o dettata solo da ragioni di politica
«realistica» e da interessi materiali, ma rifacendosi anche a delle idee e alla
volontà di mantenere il migliore retaggio tradizionale dell'Europa.
Ma su ciò non è il caso di fermarsi ulteriormente. Come le cose pur

stiano, si può esser d'accordo con lo Schmitt nel constatare che proprio
nell'ultimo decennio dell'Ottocento la concezione del diritto subisce trasformazioni
profonde e decisive. l presupposti interni di una tale variazione
forse sarebbe stato bene approfondirli: a noi sembra che la valutazione
in parola non sarebbe stata possibile, qualora il diritto in Europa non si
fosse già materializzato e secolarizzato, cioè qualora nel problema della regolazione
dei rapporti fra le genti europee avessero ancora avuto un loro
peso delle considerazioni di carattere non soltanto politico, militare, economico.
Non bisogna infatti farsi troppe illusioni circa la vantata «civiltà
europea», che nel periodo del diritto non ancora universali stico e generalizzato
«legittimava», ' per così dire, questo stesso diritto di fronte agli Stati e
alle genti di altri continenti. In ciò si trattava, in realtà, ormai, solo di un
mito, nel quale l'ideologia illuministica e «progressistica» di sapore più o
meno massonico aveva una parte assai importante. Questa civiltà europea,
di cui ci si vantava come di un privilegio delle razze bianche e che si opponeva
ai popoli di altri continenti, non solo ai selvaggi e a razze veramente
inferiori, era assai più definita dalle conquiste tecniche e «sociali», dallo
scientismo e dal razionalismo che non da valori veramente tradizionali europei.
Già al congresso di Vienna la base religiosa di una intesa europea basata
sulla comune civiltà si era dimostrata quanto mai incerta. A Berlino,
nel 1878, fu senz'altro trascurata e si fece ormai soltanto della «politica».
Se, come rileva lo Schmitt, fino allora si ebbe un diritto ancora europeo,
ciò lo si dovette ali 'automatico sopravvivere di un certo stato di fatto: esistevano
cioè, di fatto, dei rapporti concreti, in buona misura djnastici e tradizionali,
fra le grandi potenze europee, senza però che ne sopravvivessero
le originarie premesse superpolitiche. Finché questa sopravvivenza mantenne
qualche possibilità vitale, si ebbe ancora un diritto europeo; oltre un certo
limite, doveva però fatalmente sopravvenire la dissoluzione, perché era
ormai paralizzato il contatto con ogni superiore punto di riferimento e perché,
d'altro lato, in tutti gli Stati europei si facevano largo le «idee nuove»
con la corrispondente concezione razionalistica, democratica e antitradizionale
della civiltà.
Ed è così che si giunge, con un rapido processo, alla costituzione di un
tipo inedito e paradossale di diritto, il quale pertanto fino a ieri ha preteso
di esser il diritto per eccellenza, la vera base per un ordinamento morale
delle genti . Come dice lo Schmitt, si tratta «dell'estensione del diritto delle
genti europee, del droit public de l'Europe, ad un diritto generale, internazionale,
cosmopolita, comprendente tutti i popoli, tutte le razze e tutti i
continenti. Quel che alcune nazioni europee avevano sviluppato nel XVIII
e XIX secolo sulla base di una stretta parentela e come esponenti di una

stessa famiglia europea, in forme di un certo ordinamento concreto, divenne
improvvisamente un diritto mondiale, che avrebbe dovuto valere indiscriminatamente
per cinquanta o sessanta Stati eterogenei. È un processo
sorprendente. Ed è anche sorprendente là rapidità con la quale questa generalizzazione
si realizzò verso il 1890 attraverso una serie di fatti compiuti.
Ma ancor più sorprendente è l'attitudine irresponsabile che la scienza del
diritto delle genti assunse di fronte a questo processo, sì da finire in un universalismo
astratto, quasi come se non si fosse trattato di un mutamento
essenziale e fondamentale, ma solo di un processo di estensione quantitativa
».
Qui, non seguiremo lo Schmitt nelle individuazioni delle tappe più caratteristiche
di questo processo. Vogliamo solo ricordare, con lui, la parte
essenziale che in esso ebbe l'ideologia anglosassone, sia inglese, sia americana.
Proprio dai giuristi di tali razze venne l'espressione Internationallaw
a designare il nuovo diritto. Nei trattati più antichi si parla di «diritto internazionale
». Si noti, qui, che ancor oggi in vari rami del nostro insegnamento
questa designazione è corrente, mentre l'espressione tedesca corrispondente
è Voe/kerrecht, da tradursi letteralmente con «diritto dei popoli» e
«delle genti» - termine, dunque, che non richiama necessariamente alla
mente le promesse «universalistiche» e livellatrici proprie ali 'anzidetta concezione
della internationa//aw. Questa legge - nota lo Schmitt - non si
riferiva più a nessun «sistema» di Stati: il suo presupposto era piuttosto un
insieme disordinato di unità politiche eterogenee, prive di relazioni spaziali
ed etniche, gratificate di uno stesso tipo di sovranità: un vero atomismo,
che avrebbe dovuto esser tenuto insieme da un meccanismo di «norme»
astratte, di regole basate su casi precedenziali più o meno riconosciuti.
Parallelamente a tale trasformazione si determina un doppio dualismo.
In primo luogo si ha, secondo lo Schmitt, il dualismo fra il diritto che
vige ali 'interno di uno Stato e quello che vale per i rapporti fra Stato e Stato.
È un nuovo sintomo della inorganicità nell'epoca nuova. L'analisi che,
nel riguardo, compie il nostro autore, meriterebbe delle considerazioni a
parte in un dominio tecnico. Lo Schmitt considera come una delle cause
principali di detto dualismo la cosiddetta Staatsbezegenheit: con tale parola
egli intende più o meno il centralismo statale attuato mediante una forte
«positivizzazione» del diritto. Quanto più il diritto, negli Stati, si fa «positivo
» e si definisce in un corpo rigido di leggi applicabili rigorosamente ed
esattamente appunto sulla base della pura autorità statale, tanto più il
mondo di questo diritto interno si scinde dai principi generali del diritto
«internazionale».
Ma qui agisce, simultaneamente, un secondo dualismo, quello fra

l'elemento propriamente politico e l'elemento giuridico. Tale dualismo o,
almeno, tale scissione - nota lo Schmitt - in sé stessa è di antica data, ma
nell'epoca, di cui qui si tratta, diviene la base precipua del nuovo diritto
delle genti. «La struttura ideale di esso non fu più determinata dall'idea di
certi diritti fondamentali dei popoli e degli Stati, nemmeno dal principio
più o meno tautologico paeta sunt servanda, ma proprio da tale esclusione
di tutto quel che è politico da parte di una scienza che, come quella giuridica,
in sé è invece squisitamente politica».
Così tutta una serie di trattatisti si sono affaccendati per assicurare la
«purità» o «neutralità» del diritto dei popoli nei termini di un formalismo
normativistico. Sono sforzi che tuttavia hanno avuto un esito infelice. Nessuno
- nota giustamente lo Schmitt - è giunto a definire rigorosamente
queste due nuove, ben distinte quantità: «politico» e «giuridico» . Chi è voluto
andare a fondo, è sboccato fatalmente in un velleitarismo decisioni stico.
Così l'uno ci dirà che a decidere quel che sia l'elemento politico e il punto,
in cui esso cominci, sta unicamente il volere di ogni Stato interessato.
Passando al problema della guerra, si verrà allo stesso risultato: quando è
che una azione militare armata (rappresaglia, blocco, ecc.) cessi di rientrare
nello stato di pace e dia luogo alla guerra, ciò vien deciso solo dal volere,
dall'animus be//igerandi, di ogni Stato interessato. Né sono mancati autori,
i quali hanno adottato lo stesso criterio irrazionalistico perfino nei riguardi
del riconoscimento della qualità di «soggetto del diritto internazionale»: a
determinare tale qualità - essi dicono - alla fine, sta il «volere» dello
stesso diritto internazionale.
Si assiste così ad un curioso rovesciamento: per assicurare la «purità»
di un diritto astratto e formalistico ci si vede costretti ad una professione irrazionalistica
di fede. Forse lo Schmitt avrebbe potuto dar maggiore rilievo
a questo punto associandolo a quanto egli, in altri suoi scritti, ebbe a dire
nei riguardi di ciò che la facciata «neutra» della internationa/ /aw in realtà
nascondeva. È infatti ormai ben noto che, lungi dall'esser «neutro», il «diritto
internazionale» dell'età più recente è stato il docile strumento di una
politica controllata dalle nazioni democratiche, e soprattutto dall'Inghilterra
e dalla Francia. Passando di là dal campo puramente scientifico, non
ha dunque del tutto ragione lo Schmitt, quando dice che al diritto internazionalizzato
mancò la base di una qualsiasi situazione reale e concreta degli
Stati: questa base, di là dalle finzioni giuridiche, in realtà vi fu ed è stata
appunto un fatto a suo modo «imperialistico» delle potenze atlantiche,
cioè delle massime esponenti della democrazia europea. Peraltro, è evidente
che questo stesso fatto determinò il conflitto mondiale 1914-1918 e il
conseguente sistema dei trattati di pace. Non solo al presunto diritto «posi

tivo» normativistico non fu estraneo, dunque, un elemento politico, ma
questo elemento si potenziò perfino con una concezione specifica della vera
«civiltà», che si doveva far trionfare con le armi e consolidare col diritto internazionale
ginevrino, portando innanzi le «conquiste» della Rivoluzione
francese e scalzando quei residui di un mondo «oscurantistico» e «reazionario
» che sarebbero stati gli Imperi centrali.
Restando sul terreno strettamente giuridico, lo Schmitt svolge nel suo
interessante saggio varie considerazioni per dimostrare, che gli stessi più recenti
tentativi di codificazione del normativismo in fatto di diritto internazionale
hanno dimostrato la quantità degli ordinamenti concreti e delle
congiunture positive che ad ogni passo si dovevano presupporre e che sfuggivano
alle generalizzazioni universalistiche. Nell'un modo o nell'altro si
ha la sensazione precisa, che il periodo della internationa/ /aw è ormai chiuso
e che si debbono ben ordinare le premesse per un nuovo stadio nello sviluppo
del diritto delle genti. Col definitivo crollo dei nostri avversari si avrà
altresì la definitiva liquidazione di forme giuridiche, l'interna contraddizione
e il carattere esiziale delle quali sono ormai palesi ad ognuno.
Parlando della scissione fra l'elemento politico e quello giuridico, lo
Schmitt nota che là dove uno Stato sia potentemente organizzato, esso può
anche tollerarla e volgerla a proprio vantaggio, perché la sua autorità e il
potere che in esso ha l'esecutivo bastano a prevenire qualsiasi svolta pericolosa:
nel «positivismo» del diritto interno ad uno Stato la «spoliticizzazione
» non andando, del resto, oltre un certo limite. Ma in sede internazionale
le cose non stanno in egual modo e la scissione già accennata ha ben diverse
conseguenze. Non si può certo mantenere la premessa «internazionalistica
», cioè quella di un diritto che abbracci le relazioni di ogni
sorta di popoli della terra, e in pari tempo desiderare un ordinamento sia
pure approssimativamente concreto degli Stati. Sia una articolazione, sia la
posizione di una autorità politica, la quale nei riguardi internazionali sia
garante del diritto allo stesso titolo che all'interno di un dato Stato, ci appaiono
delle condizioni indispensabili.
Ma per tal via si viene facilmente alla teoria dei «grandi spazi» e dei
«conglomerati imperiali», che su queste pagine è stata già ripetuta mente
trattata e che fin d'ora si può considerare decisiva per il nuovo ordine europeo,
sia per quel che riguarda il suo aspetto giuridico che per quello culturale
ed economico (2). E in questo nuovo sistema articolato si potrebbe rea-
2) -
lizzare anche una esigenza di coerenza, a superare l'altro dualismo segnalato
dallo Schmitt, vale a dire quello fra la forma del diritto interno di uno
Stato e la forma del diritto che deve invece definire e regolare le relazioni
fra Stati diversi . Negli ultimi anni sono apparse ben chiare le assurdità alle
quali un tale dualismo dovette dar luogo, assurdità, che la finzione formalistica
e positivistica del diritto internazionale - e propriamente, ora, del
diritto ginevrino - non ha potuto mascherare. Norme, le premesse
democratico-egualitarie delle quali erano note a tutti, pretendevano di valere
sia per gli Stati, che avevano fatto proprie tali premesse nel diritto valido
all'interno di essi, sia per gli Stati di tipo fascista, che tali premesse avevano
recisamente negato e che si erano costruiti sulla base di idee affatto diverse.
Nella nuova Europa è da attendersi che questa inconseguenza venga
meno e che anche a tale riguardo si venga a forme veramente organiche, a
principi che, validi su di un piano, in formazioni diverse continuino ad esserlo
anche su altri piani. E per quel che riguarda il diritto dei popoli ripresi
nello «spazio» delle forze dell' Asse, è evidente che tale principio non potrà
essere che quello della gerarchia. Come all'interno di ogni Stato o unità politica
particolare vi sarà una graduazione gerarchica di funzioni, non un
ammasso di «individui» regolati da norme astratte, così anche alla base del
diritto proprio al sistema compreso nel nostro «spazio» starà l'idea della
diversità, della relativa indipendenza, della gradualità e della gerarchizzazione.
(
tivo» normativistico non fu estraneo, dunque, un elemento politico, ma
questo elemento si potenziò perfino con una concezione specifica della vera
«civiltà», che si doveva far trionfare con le armi e consolidare col diritto internazionale
ginevrino, portando innanzi le «conquiste» della Rivoluzione
francese e scalzando quei residui di un mondo «oscurantistico» e «reazionario
» che sarebbero stati gli Imperi centrali.
Restando sul terreno strettamente giuridico, lo Schmitt svolge nel suo
interessante saggio varie considerazioni per dimostrare, che gli stessi più recenti
tentativi di codificazione del normativismo in fatto di diritto internazionale
hanno dimostrato la quantità degli ordinamenti concreti e delle
congiunture positive che ad ogni passo si dovevano presupporre e che sfuggivano
alle generalizzazioni universalistiche. Nell'un modo o nell'altro si
ha la sensazione precisa, che il periodo della internationa/ /aw è ormai chiuso
e che si debbono ben ordinare le premesse per un nuovo stadio nello sviluppo
del diritto delle genti. Col definitivo crollo dei nostri avversari si avrà
altresì la definitiva liquidazione di forme giuridiche, l'interna contraddizione
e il carattere esiziale delle quali sono ormai palesi ad ognuno.
Parlando della scissione fra l'elemento politico e quello giuridico, lo
Schmitt nota che là dove uno Stato sia potentemente organizzato, esso può
anche tollerarla e volgerla a proprio vantaggio, perché la sua autorità e il
potere che in esso ha l'esecutivo bastano a prevenire qualsiasi svolta pericolosa:
nel «positivismo» del diritto interno ad uno Stato la «spoliticizzazione
» non andando, del resto, oltre un certo limite. Ma in sede internazionale
le cose non stanno in egual modo e la scissione già accennata ha ben diverse
conseguenze. Non si può certo mantenere la premessa «internazionalistica
», cioè quella di un diritto che abbracci le relazioni di ogni
sorta di popoli della terra, e in pari tempo desiderare un ordinamento sia
pure approssimativamente concreto degli Stati. Sia una articolazione, sia la
posizione di una autorità politica, la quale nei riguardi internazionali sia
garante del diritto allo stesso titolo che all'interno di un dato Stato, ci appaiono
delle condizioni indispensabili.
Ma per tal via si viene facilmente alla teoria dei «grandi spazi» e dei
«conglomerati imperiali», che su queste pagine è stata già ripetuta mente
trattata e che fin d'ora si può considerare decisiva per il nuovo ordine europeo,
sia per quel che riguarda il suo aspetto giuridico che per quello culturale
ed economico (2). E in questo nuovo sistema articolato si potrebbe rea-

lizzare anche una esigenza di coerenza, a superare l'altro dualismo segnalato
dallo Schmitt, vale a dire quello fra la forma del diritto interno di uno
Stato e la forma del diritto che deve invece definire e regolare le relazioni
fra Stati diversi . Negli ultimi anni sono apparse ben chiare le assurdità alle
quali un tale dualismo dovette dar luogo, assurdità, che la finzione formalistica
e positivistica del diritto internazionale - e propriamente, ora, del
diritto ginevrino - non ha potuto mascherare. Norme, le premesse
democratico-egualitarie delle quali erano note a tutti, pretendevano di valere
sia per gli Stati, che avevano fatto proprie tali premesse nel diritto valido
all'interno di essi, sia per gli Stati di tipo fascista, che tali premesse avevano
recisamente negato e che si erano costruiti sulla base di idee affatto diverse.
Nella nuova Europa è da attendersi che questa inconseguenza venga
meno e che anche a tale riguardo si venga a forme veramente organiche, a
principi che, validi su di un piano, in formazioni diverse continuino ad esserlo
anche su altri piani. E per quel che riguarda il diritto dei popoli ripresi
nello «spazio» delle forze dell' Asse, è evidente che tale principio non potrà
essere che quello della gerarchia. Come all'interno di ogni Stato o unità politica
particolare vi sarà una graduazione gerarchica di funzioni, non un
ammasso di «individui» regolati da norme astratte, così anche alla base del
diritto proprio al sistema compreso nel nostro «spazio» starà l'idea della
diversità, della relativa indipendenza, della gradualità e della gerarchizzazione.